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torre del serpe vecchia”Mena mena, ssiti tutti masculi e fimmine! La lanterna se stutau ‘ntorna, ca nu serpe se sucàu l’oju! Mena ausateve, nu è tiempu cu durmite”

Le grida di Colangelo risuonavano per le strittule di Otranto, si spandevano per piazze e cortili, rimbalzavano da parite a parite.

”Va curcate, fessa! Mo cce voi, cu te cretimu?! Tie facisti cu se stuta la lanterna, sta cerchi moi cu te scusi? Busciardu, vane e curcate!”

Così gridava la gente di Otranto dalle soglie di casa, da finestre e suppine, gli occhi cisposi del sonno interrotto.

Il sindaco invece, che conosceva Cola come uomo di senno, scese per strada e si fece cuntare lu fattu, poi convocò i suoi consiglieri e con loro decise di tendere un’imboscata al serpe ladrone.

La notte seguente un gran numero di giovani otrantini armati di picche, forconi e lunghi coltelli si appostarono nei pressi della torre nuovamente illuminata, guidati dal vecchio Colangelo.

Fu poco prima dell’alba che il mare ribollì e si udì lungo i cuti verso la torre sibilare, ansimare, strisciare: il serpe nero, traslucido, odoroso di mare profondo e alghe putrescenti, si avvinghiò alla torre avvolgendola tra le sue spire. Gli otrantini, come un sol uomo,gli balzarono addosso, gli mozzarono la coda e quando il mostro mollò la presa e rovinò a terra, Cola ritrovato il vigore dei suoi migliori anni, con un gran colpo d’ascia gli tagliò la testa e trionfante la issò su di una picca.

I giovani  accesero le fiaccole e si diedero urlando a scuoiare la preda, poi  battendo  i tamburri e cantando ridiscesero a Otranto, issarono la pelle del serpe sui bastioni che guardano il mare e la srotolarono appesa come un trofeo.

Per giorni e notti si fece festa e sulla spianata sotto porta a mare suonarono violini e tamburelli e le donne ballarono una pizzica indiavolata, in un frastuono tanto forte che nessuno sentì correre sul mare il lamento della serpentessa dalle lughe branchie frangiate.

Aspettò a lungo che il suo maschio tornasse negli abbissi dopo la caccia, poi emerse e lo cercò costa costa; quando arrivò sotto le mura di Otranto la luna nuova levava bagliori irridescenti dalla pelle del serpe appesa sulla gente festante: urlò alla luna, al vento, al mare, ma nessuno udì la sua disperazione rompersi poi in un lamento acuto, sibilante, continuo per giorni e notti.

La serpentessa chiese il perchè di quella morte ai pesci, ai gabbiani, alle rondini che marcavano il mare ma nessuno volle o potè risponderle.  Solo una lucertola che si rosolava al sole su uno scoglio in riva al mare rispose: ”Siamo parenti e perciò ti dico: il tuo maschio fu ucciso perchè rubava l’olio della lanterna, gli otrantini gli hanno tesa un’imboscata, gli hanno mozzato la testa e la coda, poi gli hanno strappato di dosso la pelle. Una morte bruttissima”

La serpentessa pianse disperata, poi inghiottì il dolore e decise di vendicarsi: aspettò che la notte scendesse, poi soffiando strisciando ansimando risalì i cuti dal mare verso la torre, e arrivata le girò intorno e l’avvolse stringendola tra le sue spire, forte, sempre più forte urlando e muggendo più alto del mare e del vento. Un sudore vischioso le scendeva lungo le squame iridescenti, gocciolava dalle lunghe branchie frangiate: un ultimo possente grido e sotto le sue spire la torre si schiantò.

Strisciando, soffiando, sibilando la serpentessa,  ormai sazia di vendetta, guadagnò le onde e si inabissò per sempre.

 

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